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RITORNO DA NEW YORK:
INTERVISTA A DOMENICO MANGANO
di Teresa Macrì
 
Nell’immaginario collettivo New York è il centro del possibile, l’ombelico del mondo in cui sogni e progetti si possono realizzare attraverso la tenacia, la consistenza del proprio essere e un po’ di fortuna, of course. La sollecitazione di Barack Obama per la sua campagna elettorale a futuro presidente USA:“Yes, we can!” è quasi sintomatica di ciò. Ma, simultaneamente, gli stessi desideri si possono infrangere contro quella barriera di idiosincrasie che una metropoli così competitiva e complessa come New York innerva.
Domenico Mangano che si è aggiudicato la residenza di sei mesi allo ISCP di New York dell’edizione 2006/2007 del concorso PagineBianche d’Autore, prova ad annotare le sue impressioni sull’esperienza appena conclusa. Di ritorno da New York prova a rimembrarne, in una lucidità ancora soffusa e adrenalinica, vizi e virtù di un trip comunque esaltante.
 
Teresa Macrì - Che effetto ti fa ritornare in Italia dopo la residenza a New York ?
 
Domenico Mangano – Un Trauma. Ancora oggi a distanza di un mese, a casa o per strada, mi sento un alieno. Potrei affermare di aver messo in pratica la teoria di Einstein riguardo la quarta dimensione. Mi sono spesso chiesto se NYC esiste davvero. Insomma, ho perso la cognizione del tempo e la percezione dello spazio. Immagina di trovarti dentro una lavatrice durante la centrifuga, per un lungo periodo e dopo esser catapult> 
Si, il programma internazionale ISCP offre concretamente visibilità artistica. Avere uno studio a midtown dove poter presentare i propri lavori o progetti per sei mesi; incontrare critici, curatori, galleristi, artisti non è cosa da nulla. Poi tutto è relativo, dipende dal tipo di personalità che uno ha e le storie che si crea e i contatti che riesce a mantenere. Il problema di NYC è il tempo, non hai mai tempo e devi sempre esserci ed essere costante. Sicuramente non si può pretendere di cambiare il mondo in sei mesi, ma si possono trovare delle soluzioni.
 
T.M. - Quanti curatori internazionali sono passati a vedere il tuo lavoro allo ISCP? Quante e quali conoscenze si sono rivelate importanti ai fini artistici?
 
All’interno del programma internazionale ISCP abbiamo la possibilità di incontrare tre “addetti ai lavori” al mese, tra curatori, critici e galleristi. Solo all’interno del programma semestrale avrò presentato il mio lavoro a una ventina di persone, che non è poco a NYC. Ovviamente, avendo lo studio, bisogna sfruttare al massimo questa opportunità, quindi organizzare meeting o piccoli party a qualsiasi ora per divulgare al massimo il proprio operato a più gente possibile. Dire adesso quali conoscenze si sono rilevate importanti ai fini artistici credo sia ancora presto, sono in fase di attesa e dipende tanto da me adesso, la tenacia qui ha un ruolo importante.
 
T.M. - Oltre allo studio allo ISCP, durante la tua residenza, hai avuto modo di conoscere e frequentare persone che ti hanno introdotto nel mondo artistico newyorkese?
 
Diciamo che è facile incontrare tanta gente, ma difficile prendergli del tempo e convincerla a passare in studio. Non c’è stato nessuno, estraneo all’ISCP, che mi ha introdotto nel mondo artistico newyorkese, magari esistesse una figura simile. Può capitare di avere cinquanta, ottanta opening in una sera a NYC dove se sei bravo riesci almeno a fargli ricordare da dove vieni e il tuo nome, e questo è già un successo.
 
T.M., Hai avuto un tutor che ti ha aiutato a inserirti nel contesto neworkese?
 
D.M.,Tutor? Cosa intendi per tutor?
 
T.M. - Intendo una “figura” già padrona del territorio che si sia preso la cura di orientarti o dis/orientarti nel rizoma newyorkese…
 
D.M., No nessuno. Che ruolo avrebbe dovuto avere un tutor all’interno della mia residenza? In sei mesi ho fatto da solo tutto quello che potevo, nessuna entità mi ha inserito in determinati circuiti o presentato galleristi o curatori. Vista la concorrenza che c’è a NYC è molto difficile, comunque, trovare il tempo e avere un mediatore che si dedichi a questo ruolo.
 
T.M. - Secondo la tua esperienza quali sono i lati più “deboli” di tale residenza?
 
Adesso a sangue freddo trovo l’ISCP un discreto programma per quanto riguarda la sua funzione. Il problema di noi giovani artisti è che ci creiamo spesso troppe aspetative. Gli Stati Uniti non sono l’Europa e se si vuole integrarsi in un altro sistema bisogna adeguarsi a questo e inseguirlo. Non si diventa bravi o famosi solo per aver fatto esperienza in una residenza. In questo senso non siste metodo, scuola o lati positivi: o resisti o ti ritiri. Chi decide di fare “l’artista” decide di restare costantemente in questo filo. Un esempio: se dovessi trovare uno dei lati deboli dell’ISCP è la durata degli incontri, ma anche questo è relativo. Abbiamo solo venti minuti scarsi per presentare i propri lavori. Mi chiedo come si può mostrare otto anni di lavoro in venti minuti. Ma questa e NYC e comprendi tutti questi meccanismi machiavellistici solo se non ti chiudi e apri la tua mente.
 
T.M. - Al di là dell’entusiasmo per la possibilità di vivere a New York, qual è la realtà oggettiva del contesto artistico newyorkese con cui un giovane artista italiano deve fare i conti, una volta che arriva lì?
 
Il contesto artistico newyorkese è indefinibile perché è in continuo divenire. Forse si potrebbe paragonare a una grande nuvola amorfa, gassosa, che va e viene. Un giovane artista deve essere espressamente affamato e anche se non riuscirà mai fisicamente a prendere tutto quello che accade attorno deve provarci. Una voltà lì ciascuno deve crearsi la sua storia e il proprio percorso, non capita mai a nessuno di ripercorrere lo stesso iter. È come stare dentro a un set cinematografico, il tuo set è il paese dei balocchi e può anche capitarti di svegliarti mulo la mattina seguente. 
 
T.M. - Che idea ti sei fatto del frenetico humus locale: differente nelle sue dinamiche artistiche o simmetrico alle strategie relazionali di tutti i luoghi del mondo?
 
Vorrei trovare delle parole fascinose e anticonvenzionali per darti l’idea dell’humus della Grande Mela, ma tanto è stato già detto e tutto quello che proverei a disegnare svanirebbe nel momento stesso che provo a tracciarlo e rischierei di essere banale. Puoi trovare di tutto, spesso anche troppo, l’unico modo per vivere NYC è lasciarsi andare, scoprire continuamente i cambiamenti e scordarsi di definirla perché è praticamente impossibile. È un continuo stratificarsi, di moltiplicazioni e alterazioni.
 
T.M. - Quale è stata la mostra, l’evento più interessante che hai potuto vedere?
 
Ti dirò, sono talmente saturo di eventi che credo di aver cambiato la percezione nel fruire una mostra o un evento. Spesso, anche troppe volte, quello che vedi ti spiazza, nel senso che la qualità è pessima perché legata troppo, a mio parere, a un aspetto volutamente commerciale. Ma in una infinità di mostre a disposizione ti capita di trovarne qualcuna che ti ripaga di tutto. Quando trovi il lavoro di un bravo artista è talmente succoso, si eleva talmente tanto che inabissa gli altri sia per idee di programmazione che di produzione. Stessa cosa vale per il cinema, la musica, il teatro ecc. Le mostre o eventi che mi hanno lasciato il segno? Impossibilefare un elenco di viaggi, incontri, mostre, cinema, concerti. Ci provo, ma dimenticherò di sicuro passi importanti. Come le città: Marfa ed El Paso in Texas, Miami in Florida, Philadelphia in Pennsylvania; il film &ldqo;No Country for Old Man” dei Coen Brothers; le mostre: Janet Cardiff and George Bures Miller, Mike Nelson, Martin Puryear, Jorge Pardo, Richard Prince, Czech Eden, Rudolf Stingel, Gregory Crewdson, Mircea Cantor, il concerto di Iggy Pop, Uma Thurman incontrata per caso ad un opening, Dante Ferretti, Richard Renaldi e tanto altro.


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